STEVE HACKETT | WOLFLIGHT (2015)

L’ultimo lavoro di Steve Hackett strizza l’occhio alle sonorità che più amiamo, quelle dei King Crimson e dei Genesis che non ci sono più. Ma questo è anche un lavoro di evoluzione personale che conferma le doti artistiche e strumentali di uno dei più grandi chitarristi progressive di tutti i tempi.

Un certo Steve Hackett ha dichiarato recentemente che a 65 anni suonati è ancora giusto mettersi in gioco; e così in una di queste notti natalizie, colpito, come tanti, da un febbrone che ti costringe a star chiuso tra le quattro mura di casa, tra coperte, antibiotici e medicinali vari per combattere una contaminazione che nulla ha a che fare con il rock, ho preso un branco di lupi, li ho messi vicino all’uscio di casa, inserito il jack delle cuffie nello stereo, ed ho sparato a tutto volume “Wolflight” 
ultimo lavoro di questo artista che del sound dei Genesis ne ha fatto un secondo dna.
Conoscendolo bene come artista, so che ad Hackett non piace perdere tempo; lui con i suoni va subito al sodo; infatti, finito un 2014 senza respiro che lo ha visto portare in giro per il mondo il suo Genesis Revisited II, arriva il 2015 che lo vede generare WOLFLIGHT, di sicuro un disco ed un lavoro (per noi) a dir poco ambizioso.
Il disco spazia dai miti greci al post comunismo, dal Sahara alle lotte per i diritti civili negli States e la proposta musicale di Hackett è una sorta di mantra in continuo trasformismo. Orchestrazioni, ritmi tribali, ululati di lupo, strumenti armeni, australiani: ed è proprio in questo maremoto di strumenti, suoni ed ultrasuoni che Hackett si trova a suo perfetto agio sfoderando una maestria ed un talento unici nel toccare sia le corde di una chitarra acustica che quella di un’elettrica.
Wolflight rappresenta di sicuro per l’artista inglese la ripresa di un cammino verso una dimensione musicale più personale.Se osserviamo la storia di Steve Hackett notiamo la coesistenza di una doppia personalità musicale ma distinta, una sorta di dr jackie and mr hyde. La prima concede ampio spazio alla musica classica, con dolci composizioni la chitarra acustica prende per mano l’ascoltatore conducendolo verso melodie eteree dalla bellezza seducente. La seconda è la vena rock, con brani duri e dal ritmo travolgente, il loro ascolto non è semplice e richiede a volte una certa predisposizione mentale.
E se ci pensiamo un po’, beh, c’è anche un po’ di Italia in quest’ultimo lavoro dell’ex Genesis. Infatti, la foto di copertina che lo ritrae insieme ad un branco di lupi è stata scattata vicino Roma, ed i lupi accanto a lui sono lupi veri (non è un fotomontaggio). Un po’ come lo è stata finora tutta la sua carriera; nessuna sovrapposizione, tutto reale, tutto maledettamente reale e vero come è vero che questo suo lavoro sembra strizzare l’occhio ad un certo sound crimsoniano, quei King Crimson con i quali lo stesso Hackett ha suonato e dei quali ha introdotto uno dei pezzi più longevi nei suoi spettacoli.
Steve Hackett è un po’ l’artista incompreso che ha saputo tirare dritto per la sua strada ed il tempo gli ha dato ragione, mentre agli altri ex Genesis (tranne Gabriel) il tanto atteso successo commerciale non ha coinciso con la stessa genialità. Un esempio per tutti Collins, da bravo batterista è diventato un patetico cantante di canzoncine melense. Hackett invece resta geniale e sarà per questo, forse, che decise allora di abbandonare i Genesis. Era il 1976 quando il fatto accadde, e da allora molte cose sono cambiate, ma nulla è andato perduto, né i Genesis che hanno comunque contribuito a fare la storia del prog, né gli stessi componenti della band che in forma autonoma hanno intrapreso altre strade tra world e rock. Solo Hackett ha mantenuto ciò che di suo aveva portato nei Genesis: stile, suoni, ricerca sonora, insomma quella vena sperimentale che i Genesis riusciranno a malapena a recuperare nel tempo.
Ma torniamo a Wolflight: già dall’introduzione che spetta ad Out of the body vengono fugati i primi dubbi con un impatto sinfonico unico che ti stordisce. Pensate, se ascoltate questo brano di notte, come a me è capitato di ascoltare tutto il disco, ti sembra di stare seduto accanto ad un certo Brian Stoker che ti parla di un Dracula redivivo, più umano. Eppure, tra le mani avevo solo la biografia di Patti Smith, oltre ad una coperta e borsa d’acqua calda a causa della febbre da raffreddore.
Con la successiva title track Wolflight, che dura la bellezza di otto minuti, ti cadono addosso sonorità etniche sulle quali si innesta un inconfondibile arpeggio alla Hackett stile “suono ancora con i Genesis”, che fa da supporto ad un voce melodica che viaggia tra affinità folk irlandesi per lasciare spazio poi ad un indurimento del sound che propone un riff azzeccatissimo. Qui c’è tutto l’Hackett attuale, alchimista e compositore che si concede un’emozionante assolo di chitarra elettrica su un tempo tipicamente da bolero. L’Hackett che più amiamo, forse, meglio ancora, quello che più amo.
La successiva Love song to a vampire è di certo il brano che ti resta sin da subito impresso nella mente, al primo ascolto, una ballata che è capace di richiamarti alla mente sonorità crimsoniane, anzi è proprio “In the court of crimson king” che ti ritorna nei timpani, uno dei pezzi che lo stesso Hackett con l’esperienza dei Tokio Tapes aveva riproposto nel 1996.
Il viaggio su quelle montagne draculiane che ci riportano al romanzo di Bram Stoker continua con The wheel’s turning che riprende le atmosfere misteriose tipiche di un vecchio parco dei divertimenti, con un Hackett che sfodera anche nell’armonica a bocca tutta la sua grandezza in fatto di musica (le sa fare proprio tutte sto tipo). Ed i suoni, forse, ti rimandano alle nebbie di quel castello dove il “principe” vive.
La successiva Corycian Fire ci riporta in oriente grazie all’introduzione nel brano di un dukduk dal suono ipnotico, malinconico, ottenuto grazie al fatto che lo strumento a fiato è ricavato dal legno di albicocco, un’introduzione che prepara il campo ad una sezione corale da farti venire la pelle d’oca (o accapponare la pelle, scegliete voi).
Con Earthshine la chitarra acustica la fa completamente da padrona. Il brano ci riconsegna nelle mani del classicheggiante Hackett che cuce con le dita armonie alle quali con il tempo ci ha abituato e se lo avete visto mai dal vivo o in qualche meandro di youtube, sembra porprio che le sue dita siano quelle dell’uomo ragno.
Loving sea è capace di donarti sensazioni rilassanti riportandoti a suoni che non appartengono tanto ai Genesisquanto a certi Jethro Tull degli esordi dei quali Jan Anderson ne è stato il principale artefice. Un po’ come non è accaduto nei Genesis dove troppe personalità a confronto finirono per esplodere, anzi, implodere.
Black thunder sfodera un riff tipico da hard rock, molto piacevole; ma è nel finale che Hackett dimostra il suo ottimo gusto chitarristico consegnandoci una prova di un’intensità unica.
A questo punto le liriche e le musiche sembrano quasi addormentarsi, rallentando in maniera impetuosa e la sequenza finale rappresentata da Dust and Dreams e da Heart song danno ancora una volta spazio al ritorno viscerale della chitarra elettrica di Hackett che nella traccia conclusiva si appiattisce in un arpeggio che ci riporta ancora ai vecchi Genesis. Uno scivolone che Hackett poteva anche evitarsi. Ma si sa com’è…. la nostalgia è l’ultima a morire?
Comunque, questo Wolflight è un bel lavoro, di certo uno deigli episodi più riusciti nella carriera solistica di Hackett, ormai anima di se stesso (finalmente) e non nostalgico dei Genesis (almeno così io me lo auguro). In fondo è un grandissimo musicista, uno dei più grandi chitarristi del progressive. Scusate se è poco.

Recensione per Psycanprog del 5 gennaio 2016 
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